Zone di mezzo

Dal giusto mezzo aristotelico alle tolkieniane Terre di Mezzo, fino al dito medio che si erge a mandare a fare in culo i malcapitati destinatari, la mediaetas ha sempre esercitato il suo fascino perverso. Umberto Eco - nella letale lezione filmata con una tristissima telecamera fissa a bassa definizione che Le Scienze ha mandato in edicola di recente - ricorda che per i pitagorici i numeri dispari rappresentavano la perfezione perché in essi era sempre possibile individuare un numero centrale in grado di dividere i numeri rimanenti in due serie di uguale lunghezza. Ma cosa vuol dire stare nel mezzo dal punto di vista musicale? Prova a domandarselo il mio giornalista musicale preferito, l’illustre Simon Reynolds, sul nuovo blog che ha inaugurato per il Guardian. In poche parole, in un’epoca in cui la musica sembra dividersi tra mainstream sfacciato e nicchie ultra underground, cosa succede quando qualcuno prova a collocarsi in un quella strana zona grigia intermedia che si potrebbe chiamare middlebrow? Per riflettere su questa nozione (ricordiamoci sempre che per un inglese, cresciuto nell’unica vera società classista rimasta in Europa, questi discorsi assumono una risonanza immediata mentre per noi italiani, abituati alla mobilità sociale, magari raggiunta a colpi di furbizia, sembrano astrusi) Reynolds parte dall’ultimo disco degli Animal Collective Merriweather Post Pavilion. Il disco in questione è un piccolo capolavoro fatto da coretti alla Beach Boys passati attraverso gli ultimi trent’anni di musica. Inni adolescenziali su loop camionati, allegre tribù da eterni teenager psicoattivi che si abbandonano al suono di vecchi sintetizzatori generando macchie di percussioni e rumorismi. Una tribù di freak di buona famiglia che ballano in bolle sonore geneticamente modificate. Ma il fatto è che gli Animal Collective hanno assemblato un disco che è melodico e sperimentale allo stesso tempo. Anzi, più che melodico e più che sperimentale, perché se è vero che la caratteristica della musica commerciale è quella di arrivare agli hook melodici per progressioni prevedibili, gli Animal creano, come è stato notato, canzoni che sembrano fatte di solo ritornello, come se le linee melodiche fossero tutta la canzone, con il solo supporto di ampi vortici di ritmi campionati e tessiture elettriche. Però arrivano a questo risultato senza sfociare nell’autismo di chi fa avanguardia fine a se stessa o nella catalessi dei Sigur Ros più soporiferi. Reynolds avvicina questo disco a Kid A dei Radiohead: sperimentazioni sonore, tradizione rock filtrata attraverso l’ascolto di musicisti di avanguardia (Messiaen, Penderecki), evidenza di ritmo, timbro e campitura sonora, microvariazioni tonali che salgono in primo piano, mantenendo tuttavia una sublime ricerca della bellezza armonica e melodica. Ma un’opera come Merriweather Post Pavilion ha senso, si chiede Reynolds? Non sarebbe meglio stare sugli estremi e scegliere il partito del pop da classifica o, al contrario, non vale la pena di ripiegarsi sull’ennesimo musicista di straculto che pubblica CD-R in tirature esoteriche ed è conosciuto solo dai familiari e dagli amici più stretti? Troppo facili per gli snob che leggono Wire (ehm ehm…) e troppo strani per il consumatore mainstream? Forse però così ci perderemmo qualcosa, ci dice SR, pensando a come alcuni dischi che davve ro hanno contato venivano proprio da questa strana zona di mezzo (o almeno ci sono finiti) degna dei fratelli Strugazki: cos’hanno in comune Velvet Underground, My Bloody Valentin e, Jesus & Mary Chain e, appunto Animal Collective: sono tutti aggrappati alla melodia, la stringo no in mano mentre passano attraverso distorsioni, mutazioni, abrasioni rumoristiche, filtri, loop frammentati. Lasciano eccheggiare il ricordo della dolcezza sonora in mezzo alle amnesie traumatiche dell’avanguardia. E noi, abbracciati strettissimi agli orsacchiotti pop, entriamo assieme a loro in questa nuvola di rumore zuccheroso, lasciandoci cullare.

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