giovedì 4 febbraio 2010

Il mistero dell’isola nera. Prima puntata

Pubblichiamo con piacere le prime puntate del romanzetto d'appendice "Il mistero dell’isola nera", già apparse nel, a breve redivivo, foglio ottocentesco "il Telegrafo a Vapore" e delle sue puntate inedite, come sempre frutto del sudore che inzuppa le classiche quattro camicie dell'alunno Proserpio.

L’occulto ingegnere
Arrivai in treno, in un pomeriggio stranamente assolato di novembre. E subito mi resi conto di poter percepire la sua presenza. Nei nomi delle strade, che tante volte avevo letto nei resoconti giornalistici. Negli edifici, persino nei volti dei più anziani, che forse l’avevano conosciuto di persona.

Tutti, a Weston Super Mare, cittadina di mare a poche miglia da Bristol, si ricordano il suo nome. Cinquant’anni fa, attorno al 1840, Isambard Kingdom Brunel era sulla bocca di tutti. Brunel era un ingegnere, e per conto della Bristol & Exeter Railway aveva l’incarico di sovrintendere la costruzione della tratta ferroviaria che avrebbe collegato Weston alle principali linee ferrate del regno. L’ingegnere arrivò in città con la sua famiglia e andò a vivere a Swiss Villa, un’elegante costruzione in uno dei quartieri più esclusivi del circondario. Inizialmente il suo arrivo venne accolto con gran giubilo dalla popolazione. Weston Super Mare, collegandosi alla Grande Ferrovia Occidentale, una delle meraviglie della tecnologia del tempo, avrebbe finalmente visto arrivare a frotte i turisti, richiamati dall’ambiente incantevole e dalle delizie del luogo. Ben presto però, strani fatti iniziarono a essere associati al nome di Isambard Kingdom Brunel. Innanzitutto la scoperta, sotto un terrapieno che gli operai stavano spianando per far posto ai binari, di una serie di resti umani, risalenti probabilmente all’epoca dei druidi. La scoperta venne fatta passare sotto silenzio, e solo dieci anni dopo, nel 1850, altri resti vennero alla luce, costringendo la stampa a dar conto della misteriosa scoperta. I resti, teschi, braccia e tibie umane, vennero fatti risalire all’età del ferro e ricondotti all’esistenza, nei dintorni, di un’antica fortezza. Ma molti testimoni, tra cui il dottor Tobias Jekyll, padre di uno dei più noti medici londinesi di questi anni, notarono che le ossa sembravano molto più recenti e portavano incise misteriose rune, più vicine ai segni che gli indigeni Maori si tracciano sul viso e sul corpo che al linguaggio degli antichi druidi celtici e sassoni. L’ingegner Brunel strinse inoltre amicizia con il figlio maggiore del dottor Edward Long Fox.
La famiglia Fox aveva acquistato, attorno al 1830, l’isola di Knightstone (vale a dire la pietra del cavaliere). Nell’isola già da tempo erano attivi alcuni bagni di villeggiatura. Il dottor Fox, pioniere nel trattamento delle demenze, volle tuttavia insediarvi anche un campo di lavoro ove impegnare i suoi pazienti. Vi installò anche un laboratorio. Il figlio di Fox e l’ingegner Brunel passavano molte ore a compiere strani esperimenti nel laboratorio del vecchio Fox. E i villeggianti che passeggiavano nottetempo nei pressi della grande villa dei Fox più volte testimoniarono di aver udito strane grida e grugniti non umani venire dalle finestre ferrate dei sotterranei. L’inaugurazione della stazione ferroviaria di Weston Super Mare coincise con la partenza dell’Ingegner Brunel per Londra e di Jonathan Fox, il figlio del dottore, per le isole Andamane.
(continua)
sabato 9 gennaio 2010

Undici dischi per un anno

Non so se sono i più belli, ma sono quelli che ho ascoltato di più, mescolati a qualche titolo che sto ascoltando in questo periodo.


Animal Collective – Merryweather Post Pavillion. Melodie celestiali in mezzo a loop mutanti e staffilate rumoristiche. La summer of love incontra l'avanguardia su una radio scassata.

Antony and the Johnsons – The Crying Light . Teatrale e funereo, filastrocche e ballate neoclassiche in bianco e nero ad alta intensità emotiva. E la voce che viene da un altro stato di coscienza.

Ben Frost – By the Throat. Elettronica evoluta e cinematografica. John Carpenter accompagnato da atmosfere gassose e sfrigolanti. Ambient noise metallica da paesaggi innevati.

Fuck Buttons – Surf Solar. Melodie ariose che salgono in mezzo a pulsazioni metronomiche. Techno futurista e multicolore che viene da un'altra epoca. Minimalismo filtrato da strati di macchine ronzanti comprate da un rigattiere.

SA-RA Creative Partners – Nuclear Evolution: The Age of Love. Soul psichedelico mutante in mezzo a echi jazzati e pulsazioni funk da blaxploitation. Isaac Hayes e le Supremes dopo essersi fatti una scorpacciata di tutto l'hip hop più strano. Loop sensuali in mezzo a echi tropicalisti e celestiali frammenti di visioni sotto lsd.

Black To Comm – Alphabet 1968. Rumori ambientali, frammenti pianistici provenienti da un film gotico in bianco e nero. Un orologio che non segna mai due volte la stessa ora in tasca a una spia comunista impegnata a combattere orde di bambini mutanti. Elettronica nebbiosa che esce da un carillion.

Teatro degli orrori – A Sangue Freddo. Schitarrate furibonde e sezione ritmica esagitata mentre un sosia di Carmelo Bene, cresciuto a noise di Chicago, declama poesie di Majakovskji. Apparizioni di elettronica e di melodia tra le declamazioni querule ed ebbre di un profeta di sventura.

Zu – Carboniferous. Idra a tre teste che macina metallo pesantissimo con la precisione di un fromboliere dei tempi di Scipione l'Africano. Eleganza tribale e sassofono urlante. Esplorazione degli strati interni della terra e del corpo attraverso onde sonore nere e rocciose che entrano in risonanza con bassi catacombali ed esplosioni ritmiche controllatissime.

Tyondai Braxton – Central Market. Igor Stravinsky che invece di collaborare con Walt Disney si mette in bermuda a fiori e canottiera e comincia a girare l'East Coast. Per arrivare a fine mese scrive musiche per i cartoni della Warner. La sera suona in un gruppo math rock e fa progetti per uccidere i post-dodecafonici.

Micachu – Jewellry. Post-punk molto pop ma a basssissima fedeltà. Riff orecchiabili in una sarabanda di elettronica disturbata. Canzoncine schizoidi con inserti di ritmi dispari che si interrompono prima di iniziare.

Dark Night of the Soul – Danger Mouse & Sparklehorse in un all star game indie all'insegna di San Juan de La Cruz come soundtrack di un western gotico di David Lynch. La saga psichedelica della Torre Nera di Stephen King suonata in un tour lungo la bible belt.

martedì 29 dicembre 2009

Ladies and gentlemen, the Freaky Boys

L'assolutezza della mia devozione per i Beach Boys non può essere messa in dubbio, visto che periodicamente tormento chi mi sta vicino con i miei panegirici su Pet Sounds e God Only Knows. Sono uno di quelli che ritiene che Brian Wilson sia quanto di più vicino a un genio della musica arrivato su questa terra, con pochi altri a tenergli compagnia. Soprattutto, penso che i Beach Boys abbiano reso una sfumatura emotiva, quella dell'"eterna estate che vorremmo non finisse mai e che però è finita e forse non c'è mai stata" in modo unico e inimitabile.
Detto questo, passiamo alla disamina di questo imbarazzante documento (visibile QUI), che ha portato probabilmente i registi di programmi musicali a stendere alcune regole d'oro, del tipo "non lasciate mai un musicista senza qualcosa da tenere in mano, fosse pure un manico di scopa" e ancora "Vi prego, formate gruppi con persone di altezze omogenee" e "Mai più pantaloni a vita alta in tv".
Signore e signori, benvenuti al circo dei freaky boys. Potete ammirare, da sinistra:
Dennis Wilson: non poteva immaginare che la sua vita si sarebbe conclusa tragicamente, dopo incontri sfortunati con la family di Charles Manson e problemi di alcool e droga. Si dice che fosse l'unico vero surfista del gruppo. Quello che è certo è che il modo in cui percuote le mani lo avvicina a un ebefrenico in preda a una crisi di nervi. Osservatelo bene: ogni tanto finge di unirsi alla strofa o al coro, ma è tutta una finta. E giù di handclapping, pacche sulle cosce e gioiose convulsioni.
Mike Love: stempiato, con l'aria del dottore di un film anni cinquanta. Si distingue per l'irrefrenabile movimento a molla con gamba sinistra a pestare il paraurti dell'auto come per saggiare lo stato delle sospensioni. La leggera curvatura in avanti del busto non contribuisce a dare l'impressione di un'intelligenza particolarmente fulgida.
Brian Wilson: incredibilmente sembra il più normale della combriccola. Poco da dire, se non che i pantaloni che sfoggia sono ancora un must tra i garzoni di pasticceria della California.
Al Jardine: Al si nota poco, ma va detto una volta per tutte: la sua statura lo fa sembrare un bambino affetto da una precoce tendenza alla calvizie e da problemi ormonali. Sembra quello portato in gita per caso, il ragazzino che ha perso i genitori nella folla, uno che non si sa bene cosa ci stia a fare.
Infine Carl Wilson: offuscato dal genio e dal destino maledetto di Brian e Dennis, Carl ha qui la sua rivincita. Nel filmato spicca, oltre che per la statura gigantesca e la testa piccolissima, per il suo contributo alla definizione del termine "pantaloni ascellari". Cerca di interpretare la canzone accompagnandola con gesti sconclusionati che sembrano segnali diretti a qualche passante. Tra un minuto e venti e un minuto e trenta la sua performance lascia esterrefatti, degna di una piece di Pina Bausch.
Ah, dimenticavo, grande canzone.
mercoledì 23 dicembre 2009

Che anno è, che giorno è

Per quanto riguarda la musica, mi pare che il 2009 sia stato un anno ucronico, in cui flussi musicali di varia provenienza hanno iniziato a convergere in una specie di tempo esploso, in cui la cronologia reale si confonde con una serie di altre successioni dei fatti. Mondi musicali dentro altri mondi musicali impacchettati dentro mondi immaginati e sognati, con un effetto allucinatorio fortissimo.
Prendiamo ad esempio i Fuck Buttons, già elogiati dal Duffo per il loro ultimo Tarot Sport. Lunghe canzoni in cui su battiti elementari e rumori di fondo si stendono tappeti melodici elementari che sembrano uscire da un mondo in cui il pop si innesta direttamente sul minimalismo e sul noise. Le canzoni dei Fuck Buttons sono melodiche eppure sono profondamente "out", una new age per generazioni post tutto, un elogio del modernariato elettronico e delle macchinette ronzanti. Cito da fonte autorevole " l'escalation sonora di ogni pezzo è talmente potente che ti appiattisce ogni percezione e manda il déjà vu a tenere buona compagnia al tuo io represso nel subconscio".
Ma passiamo a Ben Frost, australiano residente in Islanda, autore del fenomenale By The Throat. E l'ascoltatore è proprio preso per la gola, con una musica da colonna sonora che accompagna un film mentale in cui nella neve della Cosa di John Carpenter si aggirano branchi di lupi che ringhiano e ululano filtrati da un sintetizzatore. Musica minacciosa, che ricorda proprio le colonne sonore '80 di certi horror, come se Murcof avesse un gemello cattivo stile Covata Malefica (quella di Cronenberg, non il nostro blog). Frost dice di essersi ispirato a Disintegration dei Cure (i titoli degli utlimi dischi vengono da lì) e i suoi mondi sonori sublimi e rumorosi sono svuotati di anime umane e spazzati da venti postatomici. Immaginate i Sigur Ros musicare un film di Romero ambientato tra i ghiacci dell'Alaska (alla 30 giorni di buio) e avrete un'idea di By The Throat.
O ancora pensate alla vena psichedelica del cosiddetto Hypnagogic pop, la risposta americana alla hauntology, in un certo senso. Come ha detto bene David Keenan nell'articolo su The Wire che ha lanciato questo termine, si tratta di un'operazione sulla memoria e sull'amnesia, una feticizzazione del ricordo e del suono, centrata su una visione allucinata degli anni ottanta. Loop di tastieroni kitsch e giri di chitarra da rock classico che emergono da una coltre di disturbi radiofonici. Cassette piene di ronzii e soffi che sputano frammenti di musica da cartoni animati, sigle di telefilm macinate nel noise, linee vocali superzuccherose affondate in percussioni finto esotiche e giri di chitarra multicolori. Immaginate Woodstock se si fosse svolto in California nel 1984 o alle Hawaii, con Magnum P.I. come guru, i membri dell'A-team come pantheon e la musica new age delle cassette per meditare come inni sacri. E immaginate tutto questo registrato su una VHS e mescolato a vecchi filmati dei Boston e dei Fleetwood Mac. Elettronica analogica e teen-movie, distorsioni vocali ed Eddie Murphy, Molly Ringwald in un porno patinato e David Byrne vestito da preside a fare da anfitrione alla festa del liceo, copertine fotocopiate epalestre di bodybulding, psichedelia che simula degli anni ottanta inesistenti. Alcuni nomi: James Ferraro e Spencer Clark (che hanno iniziato tutto con gli Skaters), Vodka Soap, le da poco disciolte Pocahaunted, Emeralds, Monopoly Child Star, Lamborghini Crystal, Ducktails (omaggio ai Duck Tales disneyani). Il maglioncino e la capigliatura e i disegni appesi sul muro di James Ferraro valgono più di mille manifesti.
A questa "scena" viene anche riportato Oneohtrix Point Never, nato da genitori russi e autore di uno dei botti di fine anno con The Drifts, che raccoglie su cd i suoi ultimi tre dischi. Dire che si tratta di uno strano concept su un astronauta perso nello spazio che arriva su un pianeta in cui tutti indossano delle cuffie rende il tono. Come già nel caso dei Fuck Buttons, la musica di Oneohtrix Point Never è una specie di stato di alterazione percettiva permanente. Un elogio dei sintetizzatori e del pop più atmosferico. Una specie di techno se la techno fosse stata la colonna sonora del kitsch anni ottanta, oppure un krautrock spostato in un film alla St. Elmo's Fire. Loop musicali a volte sognanti e a volte iperscolpiti, una vena hip hop nella produzione e un amore viscerale per i suoni vintage danno vita all'ennesima rinascita della psichedelia spaziale.
Chiudo con Black to Comm, di Amburgo, che offre un'altra visione delle cose con il suo Alphabet 1968. Marc Richter, questo il suo vero nome, lavora solo con nastri e suoni trovati e con quelli crea paesaggi sonori malinconici. La sua è musica nebbiosa, che sembra nascere da un carillion nascosto nel fondo di una cassa di cianfrusaglie elttroniche. Melodie intercettate, voci catturate per caso con un'antenna direzionale. Anche qui la sensazione è quella di una colonna sonora, questa volta di un film di spionaggio o di fantascienza ambientato nell'Europa dell'Est, prima della caduta del muro. La conversazione e The Parallax View girati nelle vie di Mosca o di Berlino. Archi e dischi crepitanti, loop meccanici: l'idea di una melodia frammentata che esce da qualche recesso della memoria, come un episodio di Zaffiro e Acciaio ambientato in un capannone industriale alla metà degli anni ottanta, in cui incontrano Nikopol, il protagonista della Fiera degli immortali di Enki Bilal.
Tutta musica ipnagogica, allucinazione tra il sonno e la veglia, che sembra parlare a persone che non si ricordano più chi sono, cosa è successo, che anno è, che giorno è.
lunedì 14 dicembre 2009

Winter Songs '09